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Social Network: Bologna, il Guasto e il senso di comunità

1 Nov , 2014    Autore:   

Questa rubrica si propone di guidarvi nell’esplorazione di un’Italia fantascientifica, un viaggio alla scoperta di luoghi magici dove le persone hanno ritrovato (o forse non hanno mai perso?) il piacere delle relazioni, l’importanza del vicinato, la gratificazione dell’impegno, della responsabilità e della condivisione. Incontreremo eroi alieni che (r)esistono quotidianamente agli attacchi della società omologante. L’obiettivo della mia rubrica è quello di provare a guidarvi in un percorso alla riscoperta dei valori comunitari, perché essere comunità significa essere donne e uomini liberi.

Bologna è una città speciale, una città in cui passato e presente non hanno mai smesso di intrecciarsi per guardare al futuro. Bologna è un’esperienza illuminante, pervasiva, un luogo dove impari a percorrere la strada interrogandoti, scevra degli orpelli delle false certezze. Il capoluogo emiliano ti insegna che la cittadinanza è un’arte, dunque richiede creatività e dedizione, impegno e sacrificio e… spazi

Nel cuore della Bologna universitaria sorge il Giardino del Guasto, spazio “d’arte” e seme di un mondo rinnovato. Non so per i bolognesi, ma per chi viene da fuori – ed in particolare dal vuoto progettuale del centro-sud Italia – quel quadrato di verde compreso fra Via Zamboni e Via delle Belle Arti sta lì a sussurrarti che c’è un altro modo di vivere le città, un altro modo di stare ancora insieme nei territori urbani in cui abbiamo lasciato che ci ingabbiassero, c’è una speranza.

Bologna, Via Zamboni e Via delle Belle Arti

Il Giardino del Guasto nasce dalla grinta e la voglia di riscatto della povera gente disperata: il giorno dei morti del lontano 1506 i francesi, alleati di Papa Giulio II della Rovere, spararono tre colpi di cannone contro le mura della città antica, così Giovanni II Bentivoglio, Signore di Bologna, fuggì dalla città per sempre. Tutti i beni di Bentivoglio caddero nelle mani di Giulio II e di conseguenza del Cardinal Legato e delle famiglie loro sostenitrici. Queste personcine pensarono bene di distruggere le proprietà del Bentivoglio, o meglio, di farle distruggere ad altri: la gente del popolo. Dovranno avergli detto qualcosa del tipo “Bonalé raga, dateci dentro!”. E  questi, incitati dai signori, si prodigarono a spaccare i palazzi signorili con fare certosino, impossessandosi dei beni materiali appartenuti ai Bentivoglio e ammucchiando tutti i detriti del saccheggio in un giardinetto lì nei pressi, creando in tal modo una vera e propria collina artificiale giunta fino ai giorni nostri: nacque così il “Giardino del Guasto”.

Nei secoli successivi l’area divenne una vera e propria discarica, fino ad essere utilizzata come rifugio antibombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1972 un’amministrazione comunale particolarmente illuminata affidò all’architetto Rino Filippini l’incarico di risanare la zona del Guasto. Egli, interessato alla psicologia applicata all’architettura, colse l’occasione per sviluppare un progetto innovativo, scegliendo soluzioni architettoniche desunte dalla natura allo scopo preciso di studiare le reazioni dei bambini e i tipi di comportamento e di giochi che ne potevano derivare. L’architetto ebbe modo di rivisitare il progetto iniziale prendendo spunto dalle sollecitazioni spontanee dei piccoli frequentatori, adattando lo spazio in via di costruzione alle naturali esigenze di esplorazione e di movimento dei bambini del Guasto, rendendoli padroni e co-costruttori dei luoghi in cui si svolge la loro crescita.

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Marc Augé, etnologo e antropologo francese, sostiene infatti che l’esperienza del luogo avvenga attraverso la connessione di tre coefficienti: l’identità, la relazione e il tempo. L’architetto Filippini si mosse in questa stessa direzione, progettando uno spazio in cui i tre elementi di identità, relazione e tempo si intersecano, consentendo la costruzione del senso di appartenenza da cui scaturiscono la partecipazione e la solidarietà come frutti delle relazione che legano i cittadini ai e nei territori. Per quel che riguarda l’identità e il tempo è indispensabile sottolineare che non può esserci progettualità, dunque tensione al futuro, laddove non vi sia coscienza di ciò che è stato.

Tra i tanti progetti realizzati nel Giardino del Guasto, nel 2000, dopo la nascita dell’associazione a supporto dello spazio, vengono messe in cantiere le prime attività indirizzate ai più piccoli, tra cui il progetto “Il giardino delle bambine e dei bambini” finanziato tramite la legge 285/97. Vengono così sperimentate le prime attività, anche in collaborazione con altre associazioni del territorio, altro punto focale delle attività del Guasto.

Il Guasto infatti è un organismo vivente che ama dialogare e confrontarsi con le altre realtà associative. A questo scopo, nel 2005, l’associazione “Giardino del Guasto” avvia diverse iniziative rivolte ai cittadini di tutte le età (universitari, anziani), fra cui i laboratori di progettazione partecipata su temi riguardanti il centro storico, la cena di strada e altro ancora. In questi laboratori gli uomini e le donne del Guasto chiedono ad altri uomini e donne come vorrebbero che fosse il centro storico, ne discutono, magari davanti ad un buon piatto di lasagna, e si interrogano, senza aspettare che qualcuno dica loro come sarà la città di domani. Grazie a queste iniziative, Il Guasto agisce come una comunità nella comunità, intercetta i bisogni e offre soluzioni.

La progettazione annuale di questa comunità individua sempre una tematica centrale verso cui far confluire le proposte, impegnandosi ad intrecciare le sue azioni a quelle delle altre associazioni, alla ricerca di un denominatore comune: questo vuol dire costruire cultura.

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In conclusione, l’esperienza del Guasto ci spinge a prendere coscienza dell’importanza delle relazioni, poiché attraverso di esse ci esprimiamo ed in esse ci identifichiamo, riconoscendoci, intrecciando legami di fiducia che si ripercuotono positivamente sulla qualità del contesto in cui viviamo. È indispensabile che le città tornino ad essere spazi degli uomini e a loro misura, in cui realizzarsi pienamente nell’incontro con le alterità e non nella chiusura autoreferenziale delle proprie certezze effimere e destinate alla polvere, come i nostri corpi.  La materia di cui siamo fatti si nutre e si arricchisce nella vicinanza con gli altri ed è proprio questa vicinanza che dobbiamo ri-costruire, attraverso un progetto di rinnovamento sociale che metta al centro l’uomo, le relazioni e la comunità.

Non credo di esagerare se scrivo che i cittadini del Guasto parlano la stessa lingua degli abitanti della Val di Susa o dei ragazzi di Hong Kong e così via, perché in fondo il Guasto è un presidio permanente in difesa di un diritto, il diritto alla città. Nel giardino si rivendica il valore sociale e umano di uno spazio unico e dei sentimenti passati e presenti che in esso sono custoditi, inoltre si rivendica il diritto dei bambini e delle bambine ad essere cittadini a tutti gli effetti della loro città. In questa prospettiva si esercita, inoltre, il senso di responsabilità degli abitanti: la comunità tutta si assume il compito educativo delle giovani generazioni, impegnandosi con loro e per loro.

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