ICuffiettari - Chicco Giraldi - I Soft Cell

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 I Cuffiettari #3: Chicco Giraldi fa ascoltare i Soft Cell.

14 Nov , 2014    Autore:   

Cosa poteva significare ascoltare i Soft Cell all’alba degli anni 80 ed, ancor di più, come si può essere stimolati  nel 2014 a mettere su la loro discografia e cercare di apprenderne il messaggio che non è prettamente musicale?

Marc Almond & Dave Ball avevano bene in mente come fissare nuovi orizzonti, ridisegnare gli archetipi pop e fare scandalo con la consapevolezza che quello scandalo non doveva essere fine a se stesso; come altre synthpop band dell’epoca (Depeche mode, Yazoo, Human league, etc.), i Soft Cell avevano appreso la lezione del krautrock, del metronomico incedere delle produzioni di Faust, Neu, Kraftwerk, Can e compagnia teutonica, ma a differenza dei loro compatrioti l’avevano infiocchettata, coperta di belletti e vestita sexy per consentire anche ai più sprovveduti di venire permeati dalla loro arte farcita di estetica gay, lasciva e graffiante fino all’inverosimile.

Un esplosivo primo album: “Non stop erotic cabaret”

“Non stop erotic cabaret” è tutto questo, racchiuso in un esplosivo primo album che non fu difficile per loro produrre e vendere facilmente sulle ali del successo della loro hit “Memorabilia” che, grazie agli espliciti riferimenti ai Suicide, fu un anthem nelle discoteche più trasgressive di New York; l’album è fatto di corpetti di pelle nera e borchie, piume di struzzo e calze a rete, nylon e merletti, l’ambiente perfetto per far esplodere il narcisismo di Almond in canzoni solo apparentemente innocue, come la loro celeberrima versione di Tainted Love.

Il dado era tratto, la minaccia al perbenismo scoccata dritta al cuore per quanto era stata mascherata da un ennesimo ed innocuo carnevale mitteleuropeo. I fasti del glam non si erano ancora spenti ma, a differenza delle paillettes degli anni 70 adesso si innestano la crudezza stradaiola del punk e l’oscurità della new wave e non si scherza più come in passato.

Un album meno graffiante: The Art of Falling Apart

Dopo i numerosi passaggi a Top of the Pops, dopo gli scandali per i testi esplicitamente sexy che minacciavano i passaggi radiofonici, Almond & Ball danno una prima decisa sterzata evitando di ripercorrere l’estetica decisa (nell’immagine e nei contenuti) del primo album  e prendendosi giusto il tempo di pubblicarne una versione più danzereccia (“Non stop ecstatic dancing” ndr). Il secondo lavoro acquista in morbidezza e le sonorità diventano molto più elaborate. Almond sembra diventare uno chansonnier più classico, quasi un cantautore confidenziale rendendo “The Art of Falling Apart” un album meno graffiante ed immediato ma sicuramente di maggior impatto e struttura. È questo forse il momento d’oro dei due, che iniziano ad impegnarsi sia insieme che separatamente in side projects (Marc & the Mambas, Grid), in collaborazioni esterne (Throbbing Gristle / Psychic TV, Matt “The The” Johnson, Jim “Foetus” Thirlwell, Bronski Beat, etc) ma anche con le loro carriere soliste.

This last night in Sodom – 1984

Con il terzo album (This last night in Sodom – 1984) si chiude il cerchio ed i progetti paralleli prendono il sopravvento. Il disco è aspro, pieno di suoni metropolitani e con le tastiere ridotte all’osso e non più dolci ed ammiccanti come in passato, ma acide e graffianti.

È il loro testamento artistico (nonostante riuscirono a ricreare ottimamente l’alchimia nel 2004 con “Cruelty without beauty”), il giusto coronamento ad un breve ma intenso periodo artistico in cui, unici in questo intento, riuscirono a fondere rock’n’roll, elettronica sperimentale, pop e soul colorandolo di tutti gli aspetti più marci ed inquietanti che lo scibile umano può sopportare; non a caso il loro fans club si chiamava “Gutter hearts” (cuori da marciapiede).

Mentre Dave Ball si defilava dal pubblico, Marc Almond si trasformava in uno chansonnier elegante con un occhio su Jacques Brel e l’altro su Lou Reed; sempre piacevole e raffinatissimo ma sicuramente i lampi di genio che colpivano nella discografia dei Soft Cell rimangono un remotissimo ricordo.

 

 

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