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La Casa di Carta

6 Lug , 2013    Autore:   

Un’altro Flusso di coscienza di Antonio Secondo, questa volta è l’abitante di una casa di carta 

Prima prova; State facendo la fila davanti a qualche sportello. Davanti a voi c’è un uomo di mezza età. L’uomo ha degli occhiali da vista dalla montatura scadente. Ha i capelli sale e pepe, radi. Inoltre, l’uomo ha il labbro leporino. Se la cosa che più vi colpisce nell’uomo è il labbro leporino, potete fare il pittore. Se vi colpisce il suo aspetto dismesso e provate tenerezza per lui, potete fare il poeta. Se cercate di capire che mestiere fa, potete fare il giornalista. Angelo Moscariello, Come si gira un film

 

La vita è dura nella casa di carta, anche se ci abito da pochi giorni. Mi sveglio con il fiato che si condensa, la fronte gelata. La finestra non ha gli scuri, solo una tenda che comunque non ce la fa a non lasciar passare il giorno. Così quando apro gli occhi, la prima cosa che posso vedere è proprio il mio alito bianco venir fuori dalla bocca.

 

Poi mi rannicchio sotto il piumone, immagino il ventre di mia madre, e dormo.

 

La casa di carta è piccola; in due ci si sta bene, ma se ci si incrocia nel piccolo corridoio si deve passare a turno. Non sarebbe male se non fosse tanto fredda. Se l’antenna TV funzionasse. Se la lavatrice non fosse distrutta. Se la lampadina nel frigo non fosse fulminata. Se la maniglia della finestra in camera non fosse bloccata. E una serie di altre cose.

Dal letto al bagno occorrono due passi e mezzo. Dei miei naturalmente, se volete sapere a quanto corrisponde per voi venite pure a fare una prova. Vi offro un caffè.

Il bagno è ricavato da un sottoscala, rivestito in polistirolo espanso, dei 2 mq complessivi solo mezzo è calpestabile perfettamente in piedi. Il lavandino è di quelli da bungalow, senza armadietto, solo con una mensolina-specchio su cui sbattere la testa quando ti sciacqui la faccia. Ogni sciacquata è un BANG, le poche cose sulla mensola tremano. Poi alzandoti batti il capo contro il polistirolo del soffitto, ti asciughi con un asciugamano già bagnato per l’eccessiva umidità della casa e sei pronto per un’altra giornata.

C’è chi lo definirebbe un inferno, ma io non ci sto poi tanto male. Forse posso fare il poeta. C’è chi sostiene che per essere un’artista non bisogna necessariamente soffrire. Io non la vedo così.
Diciamocelo: a chi importerebbe se descrivessi quanto è bello vivere in una casa col parquet, spaziosa, accogliente, calda e comoda. Dove la lavatrice di ultimo modello funziona e dove non devi infilare la testa nel frigo buio per distinguere la confezione di uova da quella del formaggio. Dove le finestre non piangono per l’umidità dei corpi.
Dove non ti ritrovi a scrivere tremolante per il freddo davanti ad un pc con lo schermo che condensa quando respiri, ciccando in un barattolo perchè non possiedi un posacenere. Ok, quest’ultimo errore mio.

Chiedo a Sara, il mio cane, se ha voglia di uscire e mi guarda disperata; nella cuccetta dietro la porta trema persino lei.

Fuori è una giornata di gennaio. Con le cuffie nelle orecchie tutto è come lo stai ascoltando.
Più lisergico con la Drum&Base.
Più romantico con i Black Tape For a Blue Girl.
Quando vivi nella casa di carta il rapporto tra dentro è fuori si assottiglia. Forse è solo una questione di clima, ma tutto quanto diventa casa tua.
Il fornaio, tabaccaio, macellaio… pure la zingara che chiede i soldi muove il collo e le braccia come in un balletto. Il cane caga sul cemento, guardando le auto scorrere poco dopo il marciapiede. Chiudo gli occhi mentre una vecchia col carrello mi sta venendo incontro e immagino un bivacco in pietra densa di calore, camino acceso, a 2100 mt sul livello del mare.

E’ la mia terapia, l’ho visto in un film che avete visto anche voi. Il cane ha finito e inizia ad andare, io ancora ad occhi chiusi mi lascio trainare immaginando di uscire dalla baita, calpestando i prati del bosco di faggi giusto fuori, tra i cinghiali in cerca di ghiande e le mandrie di cavalli.

“USI ‘VANOTTO A A ERDA A ASCIA I’?”

Apro gli occhi, la vecchia col carrello è davanti a me, gesticola, muove la lebbra. “come scusi?” le chiedo togliendo una cuffia Il cane la guarda.

“LA MERDA LA LASCIA LI’?”

Il cane mi guarda.
Io guardo la merda.

Nel tabaccaio c’è un bel tepore. Una stufa a gas piazzata sotto un piano d’appoggio per scommesse lavora piano ma bene. Sara ci si piazza davanti subito. Davanti il vetro per giocare al lotto c’è una fila di quattro cinque persone. Al terminale un ragazzo batte scontrini e incassa. Dietro il banco delle sigarette invece c’è un vecchio che legge la Gazzetta, e nessuno che aspetti di essere servito.
Inizi ad intuire che la gente ha un problema con il gioco quando nessuno fa più la fila delle sigarette. Il vecchio dice “prego” senza distogliere gli occhi dal giornale.

“Diana blu” chiedo

Le prende dallo scaffale dietro di lui senza guardare. Mi chiedo se sia paralizzato. Forse ha avuto un incidente ed è rimasto bloccato in quella posizione e per apparire meno ridicolo gli piazzano in mano un giornale ogni mattina. Mi fermo a scegliere una confezione di gomme. Una vecchia si avvicina lentamente.
Ha il Parkinson.
Appoggia sul banco un Gratta&Vinci da 3 euro e con l’altra mano avvicina una moneta. La malattia gratta i numeri, lei se ne sta ferma a guardare. Ci mette un po’, poi si volta al tabaccaio e gli chiede quanto ha vinto. Lui prende su il biglietto senza guardare e lo porta nel campo visivo.

“Nì vind nind signò”

Lei abbassa lo sguardo, la mano trema ancora.

“Dammene un altro” dice un pochetto rassegnata.

Lui lo stacca dalla serie nella maniera in cui sapete e glielo allunga. Piano piano la signora torna verso il piano con la stufa. Io pago le gomme, il cane sta seduto al suo posto, la vecchia gratta, vive in una casa fredda pure lei, con le pentole sporche e la naftalina nei cassetti, gratta, gratta, gratta per i soldi di cui nemmeno sa che farsi, perchè tanto vive sola e il suo tempo ormai l’ha fatto, dentro casa col cappotto a guardare le mani tremare, viola per il freddo, la bacinella nella doccia, tazze sporche nel lavabo, gratta, calze di lana, immondizia, gratta la signora, manco lo sa perchè, è la follia collettiva, è la noia di ogni giorno, gratta perchè pensa che se vince ne comprerà altri mille e forse più.

“Quanto ho vinto?”
“Tre euro signò”
“Dammene un altro”

Bukowski ha detto che chi scrive lo fa perchè non può trattenere quello che ha dentro, come quando hai lo stimolo di defecare. E’ l’una e un quarto di una mattina di gennaio. Nella casa di carta il cane trema nella cuccia. Sul tavolo assieme al computer con lo schermo che condensa c’è un pacchetto di Diana, il telefono e un libro. Le mie dita fredde che battono sui tasti spuntano dalle maniche della felpa. Fuori sirene e clacson, è un giorno qualunque nel mondo. E io non ce la facevo a non scrivere.

Photo: Antonio Secondo

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